La tutela della bigenitorialità si è concretizzata a livello normativo con l’entrata in vigore della legge sull’affidamento condiviso n. 54/2006.

L’intervento del legislatore ha formalizzato una pratica giurisprudenziale, imponendo definitivamente agli operatori del diritto la tutela dell’interesse superiore dei minori anche nei casi in cui, in seguito alla crisi di coppia, se ne debbano concordare la modalità di affidamento.

La legge sull’affidamento condiviso si è posta l’obiettivo di salvaguardare il diritto dei figli a mantenere un rapporto con entrambi i genitori.

In precedenza, il codice civile privilegiava l’affidamento monogenitoriale: il giudice aveva il compito di individuare il genitore più idoneo a tutelare l’interesse del fanciullo.

L’affidatario esercitava il suo ruolo educativo e decisionale, l’altro poteva mantenere i rapporti con il figlio nei tempi e con le modalità fissate dal decisore, concorrendo esclusivamente all’assunzione delle decisioni di maggior rilievo.

Ciò comportava una diversificazione tra le figure genitoriali, finendo il non affidatario per ricoprire un ruolo marginale.

Oggi il giudice verifica se sussistono le condizioni di vita opportune e, solo in mancanza delle stesse, considera forme di affidamento diverse da quello condiviso, dandone opportuna motivazione.

L’organo giudicante ha, tuttavia, anche il dovere di tenere conto dell’opinione del fanciullo: sul punto è rinvenibile l’ordinanza n. 3372 della Cassazione del 6 febbraio 2024, che respinge il ricorso di una madre contro il provvedimento che individuava il padre del bambino come principale affidatario.

La Suprema Corte ha ritenuto di natura tendenziale la frequentazione paritaria dei genitori; ciononostante, il giudice di merito può individuare nell’interesse del minore, senza la possibilità di rinvenire una lesione del diritto alla bigenitorialità, un assetto che se ne discosti.

Il fine è quello di assicurare ai bambini la soluzione più confacente al loro benessere ed alla loro salute psicofisica: perciò, meritano di essere prese in considerazione le situazioni concrete e le loro manifestazioni di volontà.

La giurisprudenza (ex plurimis, Cass. civ. n. 11170 del 23/04/2019) da tempo individua un limite al diritto alla bigenitorialità nel rifiuto del minore a mantenere rapporti con uno dei genitori.

In materia è altresì intervenuta la Riforma Cartabia, prevedendo l’inserimento nel codice di procedura civile dell’art. 473 bis.6  che individua espressamente la possibilità che il minore esterni il rifiuto ad incontrare uno o entrambi i genitori.

Dietro il rifiuto si cela una situazione di forte disagio del bambino, che può essere pericolosa per il suo sviluppo psicofisico.

Il caso giunto all’esame della Suprema Corte mostra come il giudice del merito si sia preoccupato di consentire, comunque, in modo graduale, al minore di instaurare salde relazioni affettive anche con la madre, evitando, in particolare, un allontanamento duraturo dalla figura materna e cercando di creare i presupposti per la ripresa ed il mantenimento dei rapporti affinché, nel futuro, si possa giungere ad una frequentazione paritaria.

L’autorità giudiziaria nell’emettere provvedimenti per l’affidamento dei figli non è, dunque, vincolata alle richieste avanzate né agli accordi intercorsi tra le parti, dovendo unicamente ispirarsi al criterio dell’interesse del minore.

Ultime News