L’impresa familiare ex art 230 bis c.c.è una forma di tutela dei familiari lavoratori. L’articolo di riferimento così recita:
“LIBRO PRIMO. Delle persone e della famiglia – TITOLO SESTO. Del matrimonio – CAPO SESTO. Del regime patrimoniale della famiglia – SEZIONE SESTA. Dell’impresa familiare
ARTICOLO 230 BIS
Impresa familiare
Salvo che sia configurabile un diverso rapporto, il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato. Le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa sono adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano alla impresa stessa. I familiari partecipanti all’impresa che non hanno la piena capacità di agire sono rappresentati nel voto da chi esercita la potestà su di essi.
Il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo.
Ai fini della disposizione di cui al primo comma si intende come familiare il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo; per impresa familiare quella cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo.
Il diritto di partecipazione di cui al primo comma è intrasferibile, salvo che il trasferimento avvenga a favore di familiari indicati nel comma precedente col consenso di tutti i partecipi. Esso può essere liquidato in danaro alla cessazione, per qualsiasi causa, della prestazione del lavoro, ed altresì in caso di alienazione dell’azienda. Il pagamento può avvenire in più annualità, determinate, in difetto di accordo, dal giudice.
In caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell’azienda i partecipi di cui al primo comma hanno diritto di prelazione sull’azienda. Si applica, nei limiti in cui è compatibile, la disposizione dell’art. 732.
Le comunioni tacite familiari nell’esercizio dell’agricoltura sono regolate dagli usi che non contrastino con le precedenti norme”
Ormai granitica Giurisprudenza riconduce, ai fini processuali, la collaborazione prestata dal familiare alla fattispecie di lavoro parasubordinato di cui all’art. 409, n. 3, c.p.c. soggetta perciò alla competenza funzionale del giudice del lavoro e all’applicazione del rito speciale1, e ciò quand’anche la prestazione lavorativa trovi esplicazione all’interno della comunione tacita familiare.
La Giurisprudenza ha anche precisato che la cognizione del giudice del lavoro comprende non solo la domanda di condanna, ma anche quella di accertamento della partecipazione all’impresa familiare.
L’impresa familiare è stata introdotta nell’ordinamento dall‘art. 89, L. 19.5.1975, n. 151, contenente la riforma del diritto di famiglia, quale approdo di una lunga evoluzione dottrinaria e giurisprudenziale della comunione tacita familiare, di origine agricola, disciplinata dal previgente art. 2140 C.C.
Essa rappresenta un istituto rivolto ad approntare una tutela minima a quei rapporti di lavoro comune che si svolgono negli aggregati familiari, in passato ricondotti presuntivamente ad una causa affectionis vel benevolentiae o comunque ad un contratto innominato di lavoro gratuito e come tali inidonei a generare pretese od obblighi, giuridicamente azionabili, rispetto al familiare imprenditore, beneficiario delle prestazioni .
L’art. 230 bis è norma diretta non già a disciplinare l’impresa, bensì a dettare lo statuto (minimo) dei diritti del familiare che collabora nell’impresa, disciplinando l’apporto lavorativo all’impresa di un congiunto nei casi in cui essa prestazione non rientri nell’archetipo del lavoro subordinato.
Per impresa, secondo costante giurisprudenza, si intende quella esercitata dall’imprenditore ex art. 2082 c.c., dovendo prescindersi dalla natura, agricola o commerciale, così come dalle dimensioni della stessa.
E’ bene precisare altresì che la sussistenza di un impresa familiare e la presenza di un congiunto coadiuvante non incide di per sé sulla titolarità dell’impresa medesima ovvero sul regime di proprietà dei beni organizzati ed utilizzati nella gestione della stessa.
La tesi ad oggi predominante tende infatti a collocare la fattispecie in esame sul piano dei rapporti puramente interni alla famiglia, ininfluente sulla titolarità dell’attività e dei poteri gestori, e ne sanziona pertanto le eventuali violazioni in via meramente obbligatoria.
In tal senso, deporrebbero tanto la lettera della norma (tra l’altro, riferita da un canto ad un soggetto il quale ha rispetto agli altri la posizione qualificata di titolare dell’impresa e silente, dall’altro, in materia di gestione ordinaria), quanto la ratio della disposizione, volta ad assicurare una soglia minima di tutela ai familiari e non certo ad estendere a questi ultimi i doveri e le responsabilità ed i rischi connessi all’esercizio (in comune) dell’impresa.
La fattispecie delineata dall’art. 230 bis c.c. attiene dunque esclusivamente ad attività di collaborazione nella impresa, non già di cogestione della impresa. Essa non va perciò confusa né con ipotesi di società (di fatto), né, nel caso di due coniugi, con la figura dell’impresa coniugale di cui all’art. 177, 1° co., lett. d, e 2° co. 9.
L’istituto ha carattere residuale rispetto ad ogni altro tipo di rapporto negoziale ed è incompatibile con la disciplina delle società di qualunque tipo.
Titolo dei diritti del collaboratore è il lavoro prestato sulla base del rapporto familiare; ogni diverso titolo esclude, come afferma la norma, la fattispecie in esame.
Quanto sopra fermo restando però che, poiché la disciplina in essa contenuta rappresenterebbe il minimo di tutela per i rapporti di lavoro in ambito familiare, ad essa corrisponderebbe una normativa di ordine pubblico, imperativa ed inderogabile, oltre che tipica addirittura estendibile ai rapporti in essere e non ancora esauriti al momento della sua entrata in vigore , la cui applicazione non potrebbe essere elusa, ricorrendone i presupposti, in virtù dell’adozione di altro schema negoziale per attribuire al familiare una posizione deteriore rispetto a quella garantita dall’art. 230 bis.
Tanto è vero che si richiede la prova dell’esistenza di un patto espresso fra le parti per inquadrare la fattispecie, in via di eccezione, in un modello giuridico alternativo, e, in ipotesi, per ricondurre l’attività familiare nell’alveo del contratto di lavoro subordinato, essendo insufficienti sia la mancata partecipazione alle decisioni sull’impresa e alla divisione degli utili, tutt’al più configurabili come mere violazioni dell’art. 230 bis, sia la prestazione dell’attività con orari e ruoli prestabiliti, atteso che l’individualità dell’impresa rende applicabile l’art. 2086
Delineato l’istituto, deve a questo punto verificarsi quali siano gli elementi costitutivi previsti dalla Legge, così come interpretati da dottrina e giurisprudenza.
Primo requisito, come detto poc’anzi, è l’esistenza di un’impresa. Secondo la tesi più restrittiva si deve trattare di impresa individuale, esercitata da persona fisica, sebbene l’opinione prevalente in dottrina tende a riconoscere la sussistenza dell’istituto anche nel caso di imprese collettive, in particolare nelle società di persone, ovvero nei casi dell’azienda coniugale comune (art. 177 lett. D C.C.).
Secondo requisito previsto dalla norma è il rapporto di parentela, dovendo intendersi come familiare il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo, mentre per impresa familiare quella cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo.
Per “coniuge” va inteso colui che è legato da vincolo matrimoniale, ancorché separato dovendo ritenersi cessato il requisito in esame solo in caso di sentenza di divorzio ovvero di annullamento del matrimonio .
Il terzo presupposto ricavabile dalla norma in esame è lo svolgimento dell’attività lavorativa di qualsivoglia natura in via continuativa nella famiglia o nell’impresa familiare.
Sul requisito della continuatività della prestazione, la Giurisprudenza ha inteso che il lavoro svolto deve avere i caratteri della costanza e della regolarità, ancorché non a tempo pieno e neppure in via esclusiva o prevalente, con onere del familiare di provare tanto lo svolgimento dell’attività di lavoro in via continuativa, quanto l’effettivo incremento apportato, in ragione di detta attività, all’impresa, senza che sia tuttavia necessaria la continuità della presenza in azienda, dal momento che necessaria e sufficiente è la sola regolarità nella prestazione dell’apporto lavorativo.
L’impresa familiare deve considerarsi quale mero fatto giuridico, costituentesi in forza di legge per il solo dato oggettivo dello svolgimento in via continuativa della collaborazione all’interno del gruppo familiare, a prescindere da ogni volontà delle parti, sia pure dei soli effetti, se non a meri scopi ricognitivi.
E’ bene di poi sottolineare che, anche volendo valorizzare la natura di atto negoziale dell’impresa familiare, esso è caratterizzato da forma libera, per il quale dunque, se non è necessaria (se non per esigenze fiscali) la predisposizione di alcuna convenzione costitutiva scritta, non può neppure escludersi, nonostante la stipulazione di un patto formale – con la conseguente necessità peraltro di verificarne la congruenza con le norme imperative di cui all’art. 230 bis e accertare l’eventuale nullità delle clausole non conformi , la prova contraria.
Accertata la sussistenza della figura dell’impresa familiare, spetterà al Giudice investito della controversia stabilire se e quali diritti avente carattere economico e patrimoniale spettino alla ricorrente.
In linea generale la disciplina dell’impresa familiare attribuisce al coadiuvante nell’impresa in primo luogo il diritto al mantenimento.
Tale diritto prescinde dall’attività prestata da ogni collaboratore, non è condizionato all’effettivo andamento dell’impresa ed attiene alla somministrazione del necessario alle esigenze di vita del collaboratore e della sua famiglia, nel rispetto delle condizioni patrimoniali-familiari dell’imprenditore ed è prioritario rispetto all’attribuzione di eventuali utili.
Altro diritto derivante dalla costituzione dell’impresa familiare è quello agli utili e agli incrementi dell’impresa.
Tale diritto è variabile, perché proporzionale (non equivalente) alla quantità e alla qualità del lavoro prestato, ed eventuale, perché condizionato all’accrescimento della produttività e, in genere, agli esiti dell’impresa, pur essendoci pronunzie che lo ricollegano al mero adempimento della prestazione lavorativa in favore dell’impresa.
Attesa la non felice formulazione della norma sono sorti in Giurisprudenza diversi problemi applicativi del concetto di utili ed incrementi indicati nel testo dell’art. 230Bis c.c. e soprattutto in relazione alla corretta quantificazione.
In linea generale si è stabilito che gli utili da considerare devono essere al netto delle perdite tenuto conto altresì del valore apportato dal complesso dei fattori (personali e reali) produttivi e del rischio d’impresa gravante sul gestore.
Nella determinazione di tale quota, occorre considerare pure l’entità delle spese di mantenimento; parametro non esclusivo è la retribuzione prevista per un’attività equivalente, eventualmente con applicazione dei criteri previsti da CCNL assunto dal Giudice ex art. 115.2 c.p.c. e 421 c.p.c.; elemento solo indiziario rimane infine la ripartizione convenzionale delle quote ai fini fiscali.
Per quanto riguarda il momento perfezionativo del diritto, la Giurisprudenza è orientata a sostenere che, in assenza di un patto convenzionale per la distribuzione periodica, la maturazione degli utili (e degli altri diritti patrimoniali, fermo restando il mantenimento) nell’impresa familiare coinciderebbe con la cessazione, vuoi dell’impresa stessa, vuoi della collaborazione del singolo partecipante.
In assenza di un patto di distribuzione periodica, infatti, gli utili sono naturalmente destinati al reimpiego nell’azienda o in acquisti di beni e non, invece, ad essere ripartiti tra i partecipanti.
Negli incrementi dell’azienda rientrano tutti i miglioramenti e gli aumenti di valore dell’azienda, primo fra tutti l’avviamento oggettivo.
Oltre a quanto sopra il familiare collaboratore avrà un diritto di partecipazione ai beni acquistati con gli utili dell’impresa, il qual si deve risolvere anch’esso in un diritto personale di credito, realizzabile all’atto dello scioglimento (dalla o) della impresa familiare.
Con l’attribuzione del diritto di partecipare all’assunzione delle scelte relative agli atti più importanti (impiego di utili, incrementi, cessazione dell’impresa) e alle scelte programmatiche (gestione straordinaria, indirizzi produttivi) che si riflettono sulla redditività dell’impresa, la norma ha inteso assicurare ai collaboratori, cui non spetta un salario minimo né una retribuzione sottratta al rischio di impresa, la tutela dei propri diritti patrimoniali.
Come ricordato la partecipazione agli utili per la collaborazione prestata nell’impresa familiare ai sensi dell’art. 230 bis, c.c., va determinata sulla base degli utili non ripartiti al momento della sua cessazione, nonché dell’accrescimento della produttività dell’impresa in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato, ed è quindi condizionata dai risultati raggiunti dall’azienda, essendo, infatti, gli stessi utili naturalmente destinati (salvo il caso di diverso accordo) non alla distribuzione tra i partecipanti, ma al reimpiego nell’azienda o in acquisiti di beni. Tale maturazione di tale diritto coincide di regola, in assenza di un patto di distribuzione periodica, con la cessazione dell’impresa familiare o della collaborazione del singolo partecipante.
Per la corretta quantificazione della quota di utili da attribuire alla ricorrente, non essendo all’uopo stato predeterminato fra le parti un preciso accordo, si deve affidarsi alle presunzioni risultanti da quanto indicato in atti e da quanto potrà ottenersi in istruttoria (ivi compresa la richiesta – e necessaria – CTU tecnico contabile), nonché dalle presunzioni in materia fiscale che presuppongono che in assenza di accordi il 49% del reddito prodotto dall’impresa familiare vada ripartito fra i partecipanti, mentre il 51 % rimanga in capo all’imprenditore.
Per correttamente individuare gli utili nonché gli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento che devono essere attribuiti in proporzione alla qualità e alla quantità del lavoro prestato è necessario assumere come parametro di riferimento iniziale l’effettiva entità del patrimonio aziendale, nel momento in cui ha avuto inizio la collaborazione con il familiare (nel caso di specie collocabile quantomeno a far data dal maggio 1993), per poi valutare quella del patrimonio successivo: la relativa differenza dà luogo all’utile da considerare.
Peraltro, secondo autorevole opinione dottrinale e giurisprudenziale non tutti gli utili dell’impresa devono essere ripartiti tra i partecipanti in proporzione alla quantità e alla qualità del rispettivo lavoro, dovendosi infatti tener conto di altri fattori, quali ad esempio: capitale investito, lavoro prestato direttamente dall’imprenditore o da terzi, estranei all’impresa, nonché il rischio d’impresa che grava sull’imprenditore.
Per effettuare correttamente l’operazione di cui sopra sarà compito del Giudice, con l’ausilio del CTU, individuare alcuni parametri idonei, quali ad esempio il corrispettivo normalmente spettante ad un lavoratore subordinato (o autonomo) che abbia le stesse mansioni del familiare nello stesso tipo d’impresa, nonché il valore globale dell’azienda.
Per correttamente individuare gli utili della suddetta impresa, inoltre, a parere di chi scrive sarà necessario effettuare un’indagine del patrimonio della stessa e della famiglia alla data di scioglimento dell’impresa familiare, collocabile, come detto quantomeno a gennaio 2015, ovvero dalla diversa data meglio vista e ritenuta.
Come detto, poi, oltre agli utili residui al momento dello scioglimento dell’impresa, l’art. 230 bis c.c. attribuisce ai partecipanti all’impresa familiare un diritto sui beni acquistati nel corso degli anni coi proventi dell’attività, in particolare quelli intestati al convenuto od in comproprietà.
Come ricordato, inoltre, il partecipante all’impres familiare avrà diritto anche a parte degli incrementi dell’azienda, che pure spettano ai familiari in proporzione alla qualità e quantità del lavoro prestato.
E ciò nel presupposto che, in buona sostanza, gli utili sono incrementi.
Più in generale, in ogni caso, per «incremento» si deve intendere qualsiasi aumento di valore, comunque determinato, sia dei singoli beni aziendali, sia dell’azienda nel suo complesso.
Tra gli incrementi rientra anche l’avviamento, ossia l’attitudine dell’impresa a produrre utili. Si tratta, evidentemente, dell’avviamento c.d. oggettivo, ossia inerente agli elementi dell’azienda e all’organizzazione aziendale; non viene invece in considerazione l’avviamento c.d. soggettivo, che inerisce alla persona dell’imprenditore e non è suscettibile di valutazione.

 

Articolo redatto a cura dell’Avv. Carlo Pasero